9) Spungone di Monte Palareto e boschi dei Ronchi

Spungone di Monte Palareto e boschi dei Ronchi

Il Monte Palareto (o Pallareto) fa parte di una emergenza geologica esclusiva del territorio Romagnolo.
Il tipo di roccia che costituisce l’affioramento è nota con il nome locale di Spungone: esso è calcare organogeno, nel complesso assai ricco di fossili e sabbia grossolanamente cementata e quindi dall’aspetto “spugnoso” (da cui il nome), comunque sufficientemente durevole e di facile lavorazione, tanto da essere stato utilizzato comunemente come pietra da costruzione anche per vari edifici del meldolese (Rocca medioevale, monastero di Scardavilla, palazzi del centro storico). Localmente questa formazione affiora non solo a Monte Palareto, ma anche a Rocca delle Caminate, in sponda destra del rio Balbate, presso la Rocca di Meldola, in località S. Domenico, a Cà Spicchio di Castelnuovo e lungo il Torrente Voltre; in Romagna lo Spungone è rinvenibile con una certa continuità da Brisighella di Faenza a Capocolle di Bertinoro. La genesi di questa roccia ebbe inizio allorchè le acque dell’Adriatico, circa 5 milioni di anni fa tornarono a coprire buona parte della Romagna prima di retrocedere ulteriormente; una nuova linea di costa, come un grande anfiteatro, si configurò nell’allineamento tra Castrocaro, Predappio, Meldola e Bertinoro. In questo periodo, nel mare basso prossimo al litorale, prese corpo una scogliera abitata da molti esseri viventi tra cui organismi dotati di strutture corporee di protezione tipo conchiglie e “gusci”. Con gli eventi successivi e con il decisivo ritiro del mare, grandi quantità di residui e di frammenti di origine biologica subirono quindi un processo di compattazione, dando origine a questa singolare formazione, ove abbondano resti fossilizzati di antichi invertebrati marini, frammisti ad una matrice silicea di granulometria variabile a seconda della località. Il Monte Palareto ci appare oggi, come una falesia alta poco più di una quindicina di metri con uno sviluppo di circa un centinaio; originariamente questa bancata doveva essere molto più imponente dato che fu oggetto di una cospicua escavazione avvenuta, per altro, anche di recente. Nonostante tutto, questo luogo assume una considerevole valenza didattica ed è capace di trasmettere una suggestione autentica al visitatore che si aggira alla scoperta di questo ambiente rupestre così contrapposto alle forme lievi e modellate del paesaggio collinare (argilloso e calanchivo) contiguo.
Sulla sommità della parete e nelle piccole cenge, laddove si deposita un po’ di detrito e di sfatticcio roccioso, possiamo osservare diverse specie erbacee adattate ai suoli poveri e calcarei come i Garofani selvatici (Dianthus balbisii), per altro protetti da L.R. 2/77, le Borracine dalle foglie rigonfie e carnose capaci di far fronte a lunghi periodi di siccità (Sedum album e S. rupestris) e piccole felci rupestri come la Cedracca (Ceterach officinarum) e il Falso capelvenere o Tricomane (Asplenium trichomanes). Alla base dei numerosi “massi erratici” che costellano l’area di Monte Palareto verso nord, la cui origine è sempre riconducibile a quella dell’affioramento principale, non è difficile individuare gli ingressi delle tane del Tasso (Meles meles) e dell’Istrice (Hystrix cristata); quest’ultima specie, solo recentemente giunta in Romagna per progressiva e spontanea colonizzazione dal centro Italia, dove sembra stata diffusa, in epoca romana, conduce vita strettamente notturna, ma la sua presenza è facilmente rilevabile grazie al reperimento dei suoi inconfondibili aculei che, al contrario di quanto si crede comunemente, non vengono lanciati volontariamente, ma persi in modo del tutto occasionale.
I boschi dei Ronchi sono residui di querceti che vegetano su emergenze rocciose di matrice sabbiosa; questi substrati hanno favorito la diffusione di piante legate a terreni poveri di calcio; sono stati rinvenuti in loco la rara orchidea Limodorum abortivum e il Cisto rosso (Cistus incanus). Presenti anche Giglio rosso e Cefalantera maggiore.